A Venezia Tosca va all’aperto

Tosca (Foto Michele Crosera)
Tosca (Foto Michele Crosera)
Recensione
classica
Teatro La Fenice, Venezia
Tosca
29 Agosto 2025 - 07 Settembre 2025

“Tosca è una storia sulla libertà. E dunque ho voluto allestirla in spazi aperti”: così Joan Anton Rechi, regista del nuovo allestimento di Tosca con le scene di Gabriel Insignares e i costumi di Giuseppe Palella, che ha aperto l’ultimo segmento della stagione lirica del Teatro La Fenice dopo la pausa estiva. Idea certo non nuova ma coniugata in maniera stravagante e con sostanziale indifferenza all’inesorabile meccanismo drammaturgico di Giacosa e Illica dal drammone di Sardou nonché con un considerevole sprezzo del ridicolo. 

Nel primo atto siamo davanti al gigantesco portone borchiato di una chiesa con scale a ponte mobili sul davanti e frammenti di pitture nascosti dietro a pannelli aperti dal Cavaradossi e Sagrestano, perché a qualche prescrizione del libretto occorre pur dare conto (per la cronaca, il volto è quello della Maddalena penitente di Murillo, con buona pace delle “recondite armonie di bellezze diverse” e delle chiome bionde e dell’azzurro occhio dell’inconsapevole modella, la marchesa Attavanti). Poi però la processione del Te Deum va fatta vedere e allora il portone viene sollevato e rivela il solito profluvio di vescovi celebranti e chierichetti cantanti con tanto di statua di Nostra de la Esperanza Macarena in trasferta da qualche processione della Settimana Santa sivigliana in una parentesi quasi come un omaggio al gusto etno-folkloristico di Dante (nel senso di Emma). 

Il meglio (per così dire) arriva però al secondo atto, per il quale si sceglie il cortile del villone a due piani di Scarpia incorniciato fra alberelli rinsecchiti e con una berlina nera presidenziale sul davanti con gran viavai di aguzzini nel cortile. Se le finestre del primo piano rivelano presenze muliebri di una grand soirée (cena elegante?), al piano di sotto si consumano le torture dei prigionieri politici, Cavaradossi compreso, che probabilmente disturbano il patto scellerato fra Tosca e Scarpia, che ordina al fedele Spoletta di chiudere la porta, nonostante poi tutto si consumi all’aperto, omicidio compreso, con il cadavere di Scarpia sistemato sui sedili posteriori dell’auto, il costume di scena nel baule della stessa auto e Tosca che si sistema alla guida senza far partire il motore. Sipario. Più lineare il terzo atto, con l’innocente variante del pastorello mutato in angelo senza una evidente funzione e l’esecuzione di Cavaradossi in stile dittatura sudamericana con colpo di pistola alla tempia. Per il gran finale le aspettative non vengono disattese e Tosca si ammazza saltando nel vuoto come da libretto. 

Già artefice di produzioni poco memorabili nel teatro veneziano, Reichi con questa nuova Tosca che è, o almeno vorrebbe essere, troppe cose, finisce per mettere insieme un accrocco di insensatezze all’insegna del “famolo strano”. E se si voleva insistere sul messaggio libertario di Tosca e denunciare la violenza di tutte le dittature, basterà citare la dirompente Tosca di Jonathan Miller del Maggio Musicale Fiorentino di ormai quarant’anni fa, che prendeva a modello Roma Città Aperta e trasformava Scarpia in crudele aguzzino fascista, tutt’ora un modello di aggiornamento intelligente. 

La debolezza dell’allestimento purtroppo non viene compensata da una esecuzione musicale che va poco oltre la routine, nonostante la presenza sul podio di un direttore di carattere come Daniele Rustioni, sei anni dopo la sua altra Tosca nel teatro veneziano, diretta con ben altra cura. Dopo un primo atto poco ispirato, Rustioni ritrova slancio nel secondo, diretto con incalzante senso drammatico (e serve un eccellente tappeto sonoro per “Vissi d’arte”, il momento musicalmente più alto della serata) per tornare alle consuete sanguigne sonorità veristiche nel terzo. Nei ruoli principali quasi completamente rinnovati, torna la Tosca di Chiara Isotton, che si conferma interprete matura e di ottime qualità vocali, strappando l’unico applauso a scena aperta (complice l’eccellente accompagnamento di Rustioni) con un “Vissi d’arte” eseguito con magistrale respiro drammatico e un’introspezione lontana dai facili effetti. Piuttosto discontinue, invece, le prove dei due partner Riccardo Massi, un Cavaradossi che cresce vocalmente nel corso dell’opera ma vorrebbe una regia vera per farsi personaggio compiuto, e Roberto Frontali, uno Scarpia di solido professionismo, afflitto purtroppo da un’indisposizione che ostacola gravemente l’impeto drammatico nel finale del secondo atto. Poche le sorprese nei ruoli di contorno, che contano, fra gli altri, sul macchiettistico sagrestano di Matteo Peirone, l’Angelotti sottotono di Mattia Denti, il torvo Spoletta di Cristiano Olivieri. Il Coro del Teatro La Fenice preparato da Alfonso Caiani assolve bene il grande momento del Te Deum come anche i Piccoli Cantori Veneziani ben istruiti da Diana D’Alessio. Buona anche la prova dell’Orchestra del Teatro La Fenice

Sala gremita alla prima e applausi generosi per tutti. 

 

 

 

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Tra i protagonisti il direttore d’orchestra Léo Warinsky e il suo ensemble Les Métaboles

classica

A Verona con la regia di Stefano Poda

classica

Una fra le tante opere dimenticate del sottovalutato Giovanni Pacini chiude a Fano la quarta edizione del festival “Il Belcanto ritrovato”, sorprendendo il pubblico per la musica di inattesa qualità artistica.