Kokoroko, un antidoto alle avversità
Tuff Times Never Last è il nuovo album del collettivo londinese

Se cercate un disco per l’estate, vi consiglio Tuff Times Never Last dei Kokoroko, che conferma il valore dimostrato dal precedente Could We Be More, datato 2022.
Il collettivo londinese, creato sulla scia dell’incontro fra la trombettista Sheila Maurice-Grey e il percussionista Onome Edgeworth durante un viaggio in Kenya, non abiura l’ascendente africano simboleggiato dal nome (vocabolo dell’etnia nigeriana Urhobo equivalente all’esortazione “sii forte”) né l’appartenenza alla cerchia del “nu jazz” d’oltremanica, ma esplora nella circostanza nuove possibilità.
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“Essenzialmente siamo musicisti jazz, ma cerchiamo di non finire incasellati in un suono preciso”, spiega Maurice-Grey. Ecco allora le allusioni alla scuola del soul funk britannico anni Ottanta in “Da Du Dah” e i vaghi accenti di bossa nova che caratterizzano “Idea 5 (Call My Name)”, impreziosito dalla voce di seta dell’ospite Lulu, e “Together We Are”, sorta di inno alla concordia (“Insieme siamo luminosi come le stelle, facciamo volare gli uccelli”).
I testi affrontano con candore naïf la sfera dei sentimenti, nella convinzione che “quando le tue canzoni sono troppo seriose e impegnative, finisci per non divertirti”, dice Edgeworth, e avverano il precetto espresso nel titolo, secondo il quale “i tempi duri non durano” e comunque – aggiunge egli stesso – “molta bellezza deriva dalle sfide e dalle difficoltà”. Vale anche per i lutti, se prestiamo attenzione all’elegia intonata in “My Father in Heaven”, il brano più introspettivo della raccolta, eseguito quasi a cappella.
Gli fa eco poco dopo ciò che recita in falsetto il cantautore anglo-nigeriano Azekel avvolto nel calore equatoriale di “Three Piece Suit”: “Dicono che i semi che abbiamo piantato non germoglieranno sempre come vorremmo, ma so che li ritroveremo nell’aria”.
È uno dei passaggi da cui trapela con maggiore nitidezza lo slancio verso un senso di comunità nera che gli autori affermano di aver percepito in certi film di Spike Lee (in particolare Crooklyn), John Singleton (Poetic Justice), Rick Famuyiwa (The Wood) e Gina Prince-Bythewood (Love & Basketball), indicati quali fonti d’ispirazione.
Una sottile vibrazione cinematografica attraversa l’orchestrazione tropicale dal vago aroma “lounge” dell’iniziale “Never Lost”, che descrive la persistenza dei sogni, mentre il successivo “Sweetie” – uno dei pezzi forti in scaletta, affine a “God Gave Me Feet for Dancing” degli Ezra Collective – indugia sulle cause del batticuore.
Colpisce in quel caso la maestria nell’arrangiamento dei fiati, esclusiva della componente femminile della band: prerogativa ancora più evidente nello squisito sviluppo di “Just Can’t Wait”, apice dell’album.
È un episodio in cui si condensa la raffinata leggerezza sfoggiata in questo lavoro dai Kokoroko, frattanto impegnati a tradurne già i contenuti dal vivo e attesi da noi in ottobre, con tappe a Reggio Emilia (mercoledì 15), Firenze (giovedì 23) e all’Alcatraz per JazzMi (venerdì 24).