Wayne Shorter lunare
Unica data italiana del quartetto di Shorter a Milano nella rassegna "Il ritmo delle città"

Recensione
jazz
Pannelli sonori che, come quinte mobili, scorrono uno sull’altro per scoprire scenari in cui i musicisti paiono liberi di determinare, improvvisando e interagendo, nuove modalità. Il concerto del Wayne Shorter Quartet, unica data italiana di quest’anno all’interno della rassegna “Il ritmo delle città”, si sviluppa in un unico set (forse due, vista l’esplosione di applausi dopo quello che è o pare un finale) che fluisce ininterrotto per un’ora e un quarto, e che richiede al pubblico, ottenendoli, concentrazione e abbandono.
Nel cangiante tessuto sonoro s’innestano cellule melodiche in cui si avverte costante l’uso della scrittura, che tuttavia sembra essere concepita per lasciare molto spazio alla libera interazione di diverse idee precomposte. C’è qualcosa, in questo modo di procedere, che può ricordare il Miles elettrico, con Shorter laconico direttore-guida che lascia ampio spazio ai musicisti; ma qui le atmosfere sono completamente diverse, invertite di segno, di una freddezza lunare, quasi siderale: prevale, per merito del pianoforte, un impianto armonico sospeso, è assente una pulsazione portante, semmai ogni cellula sviluppa le proprie potenzialità ritmiche e punta a scomporle, talvolta le “lingue” di suono si protraggono oltremisura dissolvendosi nelle loro componenti. Brian Blade, in forma strepitosa, anima la serata, Danilo Perez funge da reale collante del gruppo esplorando territori che sanno di primo Novecento, mentre John Patitucci svolge un importantissimo lavoro di contrappunto. E Wayne Shorter? Perlopiù appoggiato al pianoforte, con lo sguardo sempre basso, pare provato dagli anni, ma dà sempre l’impressione di avere il controllo totale del materiale, pronto a farlo virare verso nuovi mondi.
Interpreti: Wayne Shorter: sax tenore e soprano; Danilo Perez: pianoforte; John Patitucci: contrabbasso; Brian Blade: batteria
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