Il misticismo algebrico di Stefano Pilia

Il ciclo di composizioni Lacinia è un capolavoro di classica contemporanea

Pilia
Foto di Matilde Piazzi
Disco
oltre
Stefano Pilia
Lacinia
Die Schachtel
2025

Stimato strumentista, ultimamente nella band di Lazarus, dopo essere stato in formazioni recenti di Afterhours e Massimo Volume, il genovese Stefano Pilia figura nella nuova aristocrazia dei chitarristi nostrani accanto a Paolo Spaccamonti e Alessandra Novaga, da lui coinvolta – con Adrian Utley dei Portishead – nel progetto Spiralis Aurea, dove metteva in mostra le proprie qualità di compositore, affinate diplomandosi al conservatorio di Bologna, sua città adottiva. 

– Leggi anche: Stefano Pilia, l’oro degli archetipi

Analogamente a quel caso, anche il nuovo lavoro, intitolato Lacinia (vocabolo che in latino – lingua predominante nelle intestazioni – sta per “lembo” o “frangia”), costituisce un canovaccio destinato a essere rielaborato in altre forme dal vivo, come già accaduto nelle anteprime emiliane del novembre scorso. Il repertorio – esteso su disco oltre i 78 minuti complessivi – è articolato in una struttura ciclica caratterizzata da elementi ricorrenti, tipo gli otto episodi di “Plectere” (voce del verbo “intrecciare”), con rimandi interni da cui deriva uno sviluppo quasi palindromico. 

Le due versioni di “Lacinia Off Axis” affidate agli archi, nella prima del quartetto Ensemble Concordanze e nella successiva dell’ampio organico fornito dall’Orchestra Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna, occupano ad esempio la seconda e la penultima posizione, mentre quelle di “Maris Stella” (rispettivamente numero II e VII della serie “Plectere”, una per trio di corni, organo e percussioni, l’altra espansa in dimensione orchestrale), sono collocate al terzo e al terzultimo posto.

In ciò si avvera quanto l’autore sosteneva tre anni fa, intervistato da noi, a proposito della relazione fra sintassi musicale e formule geometriche, in funzione della quale il procedimento compositivo diviene esperimento alchemico che concilia rigore algebrico e slancio spirituale.

Dalla scrittura affiorano le dichiarate assonanze con alcuni esponenti della sfera contemporanea (Arvo Pärt, LaMonte Young, Pauline Oliveros, Eliane Radigue e Krzysztof Penderecki, fra i nomi citati), così come l’eco delle musiche liturgiche di epoca rinascimentale (in questo ambito i riferimenti sono Claudio Monteverdi e John Dowland), cui pare ispirarsi in particolare il brano di apertura: “Cadux/Plectere I”. 

Nell’impasto sonoro, alla tradizionale strumentazione acustica si alternano dosi misurate di elettronica: l’insolito Continuum impiegato nelle due sezioni di “Nova” o gli oscillatori che indirizzano lo svolgimento originario di “Eve”, con versi di Katherine Mansfield adattati e interpretati dalla cantante lirica e performer Alice Norma Lombardi. 

Evocata da un campionamento su bordone d’organo e violoncello, in chiave vocale interviene pure il mezzosoprano Christa Ludwig (scomparsa nel 2021), generando un conturbante effetto da seduta spiritica. È uno dei momenti più intensi di un’opera dalla concezione ambiziosissima, sfociata in una registrazione di assoluto pregio ed elevata al rango di oggetto d’arte dalla confezione curata per l’etichetta “avant-garde” milanese Die Schachtel da Bruno Stucchi: testimonianza eloquente del valore di Stefano Pilia, un artista in stato di grazia.

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