A Francoforte Guercœur è politico

L’Oper Frankfurt presenta un nuovo allestimento dell’opera di Albéric Magnard 

Guercœur (Foto Barbara Azmuller)
Guercœur (Foto Barbara Azmuller)
Recensione
classica
Frankfurt am Main, Oper Frankfurt (Opernhaus
Guercœur
02 Febbraio 2025 - 08 Marzo 2025

Non è trascorso nemmeno un anno dall’allestimento all’Opéra du Rhin di Guercœur, che l’opera di Alberic Magnard, dimenticata per decenni, viene presentata in una nuova produzione all’Oper Frankfurt, il terzo nello spazio di pochi anni se si considera quello della sua riscoperta a Osnabrück nel 2019. 

Rispetto all’astratta parabola esistenziale allestita da Christof Loy a Strasburgo, il regista dello spettacolo francofortese David Hermann parte da premesse molto diverse e punta piuttosto sul tema politico, piuttosto esplicito nel secondo atto, anche se sviluppato in maniera alquanto schematica come scontro fra libertà e dittatura. Della prima è campione lo sfortunato protagonista Guercœur, fresco di trapasso a inizio opera ma smanioso di tornare a vivere per completare il suo progetto libertario lasciato incompiuto. Il candidato dittatore è invece il suo delfino Heurtal invocato dal popolo sulla spinta di un malcontento economico collettivo. Del violento scontro fra i due partiti avversi unica vittima sarà proprio Guercœur. Lo scontro avviene nello spazio immaginato dallo scenografo Jo Schramm come un’aula assembleare che, imposto fra scontri anche fisici il nuovo autocrate, letteralmente collasserà con un effetto piuttosto spettacolare. 

È questo il climax di uno spettacolo altrimenti piuttosto statico come statica è anche la drammaturgia dell’opera di Magnard, autore di musica e libretto. A poco valgono le rivoluzioni del palcoscenico rotante dell’Opernhaus che mostrano via via la dimora tutta design contemporaneo di Guercœur e della fedifraga consorte Giselle, che, benché di fresca vedovanza, si abbandona subito fra le braccia proprio di Heurtal, e un grande spazio vuoto per un aldilà davvero poco accattivante governato da quattro divinità laiche in abito da sera (una stravaganza che si concede la costumista Sibylle Wallum in un contesto altrimenti banale), ossia Verità, Bontà, Bellezza e Sofferenza. In quello strano aldilà l’eterna beatitudine non è di casa; di eterno c’è solo il ripetersi ad infinitum di gesti come in una senescenza patologica che riserva solo oblio e nessuna speranza di redenzione. 

Causa indisposizione, la direttrice titolare Marie Jacquot è costretta a lasciare il podio per alcune recite al collega Takeshi Moriuchi, che della partitura di Magnard mette in mostra soprattutto la robusta ossatura wagneriana sacrificando certe suggestioni impressionistiche non estranee alla scrittura del francese Magnard. Se la scelta sembra intonata alla tempra robusta della Frankfurter Opern- und Museumsorchester, non aiuta invece una distribuzione vocale non priva di qualche fragilità. Guercœur è un Domen Križaj che si impegna al massimo ma quel ruolo imporrebbe un interprete dalle qualità vocali e interpretative non comuni. Buone nel complesso le prove di Claudia Mahnke, una Giselle vocalmente affidabile, e di AJ Glueckert, un Heurtal che assolve al ruolo, mentre piuttosto evanescenti come qualità vocali (e non solo) sono le quattro divinità laiche, Bianca Andrew, Bonté, Bianca Tognocchi, Beauté, Judita Nagyová, Souffrance, e Anna Gabler, Vérité, che nel monologo visionario dell’ultimo atto rivela una fragilità di tenuta. Completano il cast le tre ombre di Cláudia Ribas, Julia Stuart e Istvan Balota, un poeta di allarmante fragilità. Bene il Coro dell’Opera Frankfurt che si presta anche a qualche intervento solistico per qualche ruolo minore. 

Pubblico non troppo numeroso ma generoso di applausi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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