Steve Reich compie 90 anni
Un ritratto - e cinque ascolti - del compositore newyorkese, tra i protagonisti della musica dal secondo Novecento a oggi
03 ottobre 2026 • 6 minuti di lettura
Oggi, 3 ottobre 2026, Steve Reich compie 90 anni. Il genetliaco del compositore statunitense offre l’occasione per rileggere la sua traiettoria creativa come parte integrante di un movimento artistico che ha cambiato in profondità la musica del secondo Novecento. Definito da Alex Ross un compositore che «diventa un’antenna che riceve segnali, un satellite che raccoglie messaggi da tutto il globo» (Alex Ross, Il resto è rumore, Bompiani 2009, p. 789) Reich ha contribuito a spostare il baricentro della scrittura contemporanea: dall’estrema complessità di gran parte dell’avanguardia – soprattutto di matrice europea – verso una nuova esperienza legata alla pulsazione, alla ripetizione e all’attrazione tonale.
Sempre Ross così descrive un suo incontro con Reich attorno al 2000: «Il compositore non ha l’aspetto del rivoluzionario della musica. Con le sue camicie coi bottoni sulle punte del colletto e i berretti da baseball, fa pensare a un regista di film indipendenti, a un docente di studi culturali o a qualche tipo di intellettuale “di mondo”» (ivi, p. 782). Un ritratto che in qualche modo ci ricorda che il minimalismo musicale di Reich non è riconducibile a una formula semplicistica o meramente accattivante, ma rimanda a un metodo rigoroso per sviluppare un processo compositivo atto a trasformare variazioni minime in eventi di forte intensità percettiva.
Il compositore non ha l’aspetto del rivoluzionario della musica. Con le sue camicie coi bottoni sulle punte del colletto e i berretti da baseball, fa pensare a un regista di film indipendenti, a un docente di studi culturali o a qualche tipo di intellettuale “di mondo”.Alex Ross
Nato a New York nel 1936 e cresciuto tra la città e la California, Steve Reich arriva alla composizione attraverso un percorso trasversale e personale. Studia pianoforte, poi batteria con Roland Kohloff, avvicinandosi al jazz, mentre nel 1957 si laurea con lode in filosofia alla Cornell University, con un lavoro su Ludwig Wittgenstein. Frequenta la Juilliard School tra il 1958 e il 1961 con Vincent Persichetti e William Bergsma, quindi consegue un master al Mills College, dove lavora con Luciano Berio e Darius Milhaud. L’esperienza al San Francisco Tape Music Center, accanto a figure come Pauline Oliveros, Morton Subotnick e Terry Riley, gli permette di approfondire la conoscenza del nastro magnetico. Nel 1964 partecipa inoltre alla prima esecuzione di In C di Terry Riley, una pagina decisiva nella storia della minimal music.
La svolta per il compositore newyorkese prende forma nei primi lavori per nastro magnetico: in It’s Gonna Rain del 1965 e Come Out dell’anno successivo, Reich sovrappone frammenti vocali identici riprodotti a velocità lievemente diverse. Le voci si separano poco a poco, generano nuovi profili ritmici e infine ridefiniscono l’ascolto della parola. È il principio del “phasing”, lo sfasamento progressivo che il compositore trasferisce poi a composizioni strumentali in Piano Phase, Violin Phase, Phase Patterns e Clapping Music, pagine composte tra il 1967 e il 1972. Nel saggio del 1968 Music as a Gradual Process chiarisce l’idea centrale: il procedimento non deve restare nascosto dietro il risultato, ma deve coincidere con ciò che l’ascoltatore percepisce. Una cellula semplice diventa così un organismo mobile, attraversato da trasformazioni lente, esatte e chiaramente riconoscibili.
Negli anni Settanta questa ricerca si amplia senza perdere coerenza. Lo studio delle percussioni in Ghana, l’incontro con il gamelan balinese e l’interesse per le tecniche medievali, rinascimentali e barocche entrano in una scrittura fondata su pulsazioni continue, incastri e mutamenti graduali. Drumming, composto tra il 1970 e il 1971, è uno dei risultati più radicali di questa fase; Music for Mallet Instruments, Voices and Organ ne sviluppa il colore, mentre Music for 18 Musicians, scritta tra il 1974 e il 1976, raggiunge una sintesi destinata a diventare particolarmente rappresentativa. Il respiro armonico, scandito dal passaggio tra accordi e sezioni, convive con una macchina ritmica di precisione quasi fisica. Qui la ripetizione non coincide con l’immobilità: produce direzione, attesa, memoria e varietà.
Dagli anni Ottanta Reich approfondisce il rapporto tra musica, voce, identità e storia. Lo studio della cantillazione ebraica confluisce in Tehillim (1981), costruito su testi dei Salmi, mentre The Desert Music (1983) dialoga con la poesia di William Carlos Williams. Con Different Trains del 1988 il quartetto d’archi incontra registrazioni di testimonianze e rumori ferroviari: le inflessioni del parlato diventano materiale melodico e il ricordo dei viaggi compiuti da bambino negli Stati Uniti si confronta con quello dei convogli diretti ai campi di sterminio in Europa.
La tecnica si fa drammaturgia documentaria. La stessa tensione alimenta City Life (1995), le opere video The Cave (1990-93) e Three Tales (2002) – realizzate insieme alla moglie Beryl Korot, artista visuale e pioniera della videoarte – e lavori come Daniel Variations (2006) e WTC 9/11 (2010), nei quali il suono interroga eventi traumatici senza rinunciare alla disciplina della forma.
Ridurre Steve Reich all’etichetta di padre della minimal music – assieme agli altri componenti del “quadrifoglio minimalista”, vale a dire Philip Glass, Terry Riley e La Monte Young – sarebbe però riduttivo. Già i lavori orchestrali, da The Four Sections (1987) a Variations for Winds, Strings and Keyboards (2005) e altre opere degli ultimi decenni mostrano una tavolozza espressiva più ampia, confermando un linguaggio capace di rinnovarsi esplorando diversi stili e generi musicali. Double Sextet (2007), vincitore del Premio Pulitzer nel 2009, gioca sul rapporto fra due gruppi strumentali, eseguibili dal vivo o mediante sovraincisione.
Radio Rewrite (2012) guarda alla musica dei Radiohead, Quartet (2013) valorizza il virtuosismo percussivo, mentre Pulse, Runner e Music for Ensemble and Orchestra – composti rispettivamente nel 2016, 2016 e 2018 – rielaborano l’energia della pulsazione su scale diverse. In Reich/Richter del 2019, composto per un film di Gerhard Richter e Corinna Belz, il processo sonoro si misura con immagini in trasformazione: oltre cento esecuzioni iniziali allo Shed di New York e le successive tournée europee ne hanno confermato l’appeal di questo lavoro.
La diffusione internazionale della musica di Steve Reich passa anche dall’ensemble Steve Reich and Musicians,– elemento comune, quello rappresentato dal guidare un proprio “gruppo”, anche agli altri compositori minimalisti – fondato nel 1966 e da una rete di interpreti che comprende formazioni quali Kronos Quartet, London Sinfonietta, Ensemble Modern, Ensemble Intercontemporain, Colin Currie Group, Ensemble Signal, Bang on a Can All-Stars, Alarm Will Sound, oltre a compagini orchestrali che vanno da New York a Los Angeles, Londra, Sydney e Oslo.
Come per Philip Glass e altri, inoltre, il catalogo musicale di Reich ha trovato nella produzione e distribuzione discografica un veicolo decisivo: dopo le incisioni per Columbia Masterworks, Deutsche Grammophon e la ECM di Manfred Eicher, dal 1985 il rapporto con Nonesuch Records ha prodotto numerose registrazioni e ampie raccolte. Pubblicazioni quali Different Trains e Music for 18 Musicians, oltre a un album di opere per percussioni interpretate dai Third Coast Percussion, hanno ottenuto il Grammy, contribuendo a diffondere la musica di Reich oltre il circuito specialistico.
Poche figure della musica contemporanea hanno attraversato con uguale spontanea coerenza sale da concerto, danza, arti visive, jazz e cultura popolare. Coreografi come Anne Teresa de Keersmaeker, Jirí Kylián, Jerome Robbins, Wayne McGregor, Benjamin Millepied, Justin Peck e Christopher Wheeldon hanno costruito balletti sulle sue partiture. Al Glastonbury Festival, decine di migliaia di spettatori hanno ascoltato Jonny Greenwood eseguire Electric Counterpoint e la London Sinfonietta affrontare Music for 18 Musicians. L’influenza di Reich si riconosce in compositori ed ensemble di generazioni diverse, ma anche nell’attenzione del jazz e della popular music per il loop, la stratificazione e il ritmo come principio costruttivo.
Tanti i riconoscimenti, inoltre, che hanno confermato la valenza del lavoro di questo compositore. Oltre al già citato Pulitzer, Reich ha ricevuto il Praemium Imperiale della Japan Art Association, il Polar Music Prize, il Leone d’Oro alla carriera della Biennale Musica di Venezia nel 2014, il BBVA Foundation Frontiers of Knowledge Award, il Grand Prix des Fondations (premio della Fondazione Simone e Cino Del Duca) assegnato dall’Institut de France, la medaglia della MacDowell Colony e la Medaglia d’Oro per la Musica dell’American Academy of Arts and Letters.
Reich è stato inoltre nominato Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres e ha ottenuto lauree honoris causa da istituzioni quali Juilliard, Royal College of Music e Accademia Liszt. Nel 2022, infine, il libro Conversations (Hanover Square Press 2022, 352 pp.) ha ripercorso la sua carriera attraverso dialoghi con artisti come, tra gli altri, David Lang, Stephen Sondheim, Brian Eno, Richard Serra e Jonny Greenwood.
A novant’anni, insomma, Steve Reich resta dunque un compositore che ha contribuito a condizionare il corso della storia musicale fino ai giorni nostri, mostrando come, dentro una pulsazione ripetuta, possano aprirsi spazi sempre nuovi di ascolto.